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Se Prodi boccia Renzi…

lunedì, 05 gennaio 2015 16:53

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Rosario Pesce
L’intervista di Prodi, andata in onda ieri sera su Rai3, è la rappresentazione plastica della differenza sostanziale esistente fra i politici della vecchia generazione - potremmo dire della Seconda Repubblica - e quelli invece che, ora, si stanno affacciando, fra mille difficoltà, al proscenio istituzionale.
Le persone più attente, infatti, non hanno potuto non notare la critica che egli, in modo molto raffinato, ha rivolto contro il nuovo corso del suo partito, che ha contribuito a fondare, quando spinse fortemente perché cadesse lo steccato fra ex-democristiani ed ex-comunisti all’interno dell’area di Centro-Sinistra.
Alle domande di Giannini, rivolte in maniera particolare all'approfondimento della stringente attualità, l’ex-Presidente del Consiglio non ha potuto sottrarsi, anche se ha, evidentemente, segnato in modo molto eloquente una differenza culturale netta fra stili assai dissimili nell’interpretazione del delicato ruolo di Premier.
Di fronte all’esigenza emergente di riformare lo Stato italiano e di modificare la legislazione vigente in molti settori, dalla Giustizia al lavoro, Prodi ha sciorinato la sua metodologia, fatta di dialogo e mediazione continua con tutte le forze - sociali e partitiche - che hanno titolo ad intervenire nel processo riformatore.
Immaginare, infatti, che il consenso degli Italiani, espresso peraltro nelle urne nella scorsa primavera, quando il clima politico era ben diverso, rappresenti l’autorizzazione formale a procedere in maniera non partecipata ad un iter di riforme così complesso ed articolato, costituisce - nel giudizio di Prodi - un grave errore metodologico di chi, forse, non ha ancora intuito che i tempi ed il modus agendi di una democrazia rappresentativa non sono assimilabili a quelli di un sistema presidenzialistico, al cui interno differente è la ripartizione dei poteri fra Esecutivo e Parlamento.
Peraltro, il piglio di Renzi, molto apprezzabile perché gli ha consentito di smuovere le acque, che altrimenti sarebbero divenute putride, non ha però dato finora i risultati sperati, visto che le proposte di riforma, avanzate nel corso degli otto mesi di Governo da parte dell’ex-Sindaco di Firenze, sono tutte ferme alla Camera o al Senato e, non più tardi di ieri mattina, lo stesso Premier ha dovuto invocare il ricorso alla decretazione d’urgenza per sollecitare, almeno, l’approvazione della nuova legislazione in materia giuslavoristica.
Su questo aspetto non è mancato l’ulteriore rimprovero di Prodi nei riguardi del suo successore: non si può immaginare di agire contemporaneamente su più fronti, cioè non è ragionevole che un Esecutivo ipotizzi di dare l’avvio a più percorsi di riforma simultaneamente, perché, così facendo, si rischia solo di far coalizzare quanti sono contrari su ciascuna delle materie in gioco, per cui il risultato più probabile è la stagnazione tout court.
Quelle di Prodi e Renzi sono due visioni ben distinte della politica; la prima è più incline al dialogo, la seconda più marcatamente decisionista: non abbiamo possibilità di definire quale sia quella preferibile in assoluto, dal momento che la vicenda istituzionale ha conosciuto momenti storici nei quali la capacità di mediazione è stata la virtù fondamentale di quanti hanno dato il loro contributo alla crescita della società e delle istituzioni del nostro Paese ed altre contingenze nelle quali, invece, il decisionismo è stato il tratto essenziale, che ha consentito di sbloccare l’impasse preesistente.
Pertanto, l’unico giudizio, che possiamo articolare circa la diversa impostazione dei due protagonisti succitati, è quello che parte dai dati di fatto: l’iperattivismo renziano è stato finora importantissimo, perché ha consentito di porre in rilievo problematiche, che altrimenti avrebbero rischiato di rimanere insolute o prive della dovuta attenzione, ma siffate tematiche - finalmente evidenziate - ora vanno portate a soluzione definitiva e, senza la più opportuna mediazione, si corre il rischio, per davvero, di giungere ad un ulteriore punto di non-ritorno nella dialettica Governo-Parlamento.
Forse, Renzi farebbe bene se, prendendo spunto dai suggerimenti di Prodi, decidesse di aprire un tavolo di confronto con le parti sociali perché, almeno, la nuova legislazione in materia di lavoro possa vedere la luce?
Forse, farebbe bene se prendesse atto che, nel corso degli ultimi mesi, il Parlamento non ha licenziato, in via definitiva, alcun testo di riforma e che, per tal via, egli rischia di essere ricordato come il Presidente del Consiglio con il maggior numero di annunci ed i risultati più carenti, che la storia recente italiana ricordi?
Forse, sarebbe necessario un bagno di umiltà per capire che la minaccia di elezioni anticipate, rivolta ai parlamentari, rischia di non essere efficace, visto che il Parlamento viene sciolto, in Italia, dal Presidente della Repubblica e non dal Capo del Governo, per cui l’inquilino del Quirinale potrebbe avere un’idea diversa circa i destini della legislatura in corso?
Prodi ha confermato, in coda all’intervista rilasciata a Giannini, che non ha interesse a tornare nell’agone istituzionale, né in ambito locale, né a livello nazionale: certo, saremmo felici, però, se la sua indole ed i metodi conseguenti fossero fatti propri da chi, invece, oggi occupa la scena in maniera decisa, ma ancora infruttuosa
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