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Un anniversario da non dimenticare

martedì, 20 gennaio 2015 09:28

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Rosario Pesce
Quindici anni fa, moriva Bettino Craxi: già, in altri contributi, abbiamo tracciato la disamina del suo operato di leader del PSI, in un momento storico, a cavallo fra gli anni Settanta ed Ottanta, in cui il partito del Garofano era la terza forza del Paese ed il sistema istituzionale era bloccato, perché il Compromesso Storico fra Comunisti e Democristiani rischiava di eliminare le possibilità, pur residue, di una vera alternativa allo strapotere della DC nelle istituzioni statuali.
Preferiamo, ora, però promuovere un ragionamento, che mira ad altro: è ben noto che, dal 1992 in poi, sui Socialisti e sulla famiglia Craxi è caduta una “damnatio memoriae”, per cui tutto ciò che avesse una relazione con quel passato era tacciato, sic et simpliciter, con accuse irripetibili. Definirsi socialisti esponeva, finanche, al rischio di un linciaggio in pubblica piazza.
A distanza di un ventennio da quella data, circa, sembra che le cose siano cambiate profondamente ed, auspicabilmente, potranno mutare nei prossimi anni: infatti, gli Italiani, dopo i due decenni della Seconda Repubblica, hanno scoperto come la classe dirigente del PSI, ma più in generale della Prima Repubblica, non fosse molto più malvagia di quella che, appunto, ci ha governati senza soluzione di continuità dal 1994 in poi.
Anzi, l’Italia del 2015, che commemora l’anniversario della morte del leader socialista, non può non riconoscere alcuni dati fondamentali: innanzitutto, il debito pubblico, lasciato in eredità dal PSI, dalla DC e dal PCI, era certamente minore di quello attuale, che ci impedisce di stare nei limiti dei Trattati europei con relativa serenità e tranquillità.
La corruzione, inoltre, è notevolmente aumentata, con un elemento di differenza importante, che non è solo di natura quantitativa, ma soprattutto qualitativa: ai tempi di Craxi, le personalità, finanche più importanti, erano indotte a rubare – cioè a chiedere tangenti – per poter sostenere l’attività del proprio partito, per cui i reati di corruzione e di concussione avevano una ragione di natura, essenzialmente, politica.
Oggi, invece, è sempre più frequente che l’esponente corrotto di turno rubi per sé e non per il partito, visto che, d’altronde, non esistono più i partiti tradizionalmente intesi, ma sono tutti – più o meno – dei meri comitati elettorali, che rendono inevitabili le forme di sperpero del danaro pubblico - ancora - più odiose di quelle che esistevano ai tempi della Prima Repubblica.
Anche per effetto dell’incremento concomitante dei centri di spesa, causato dalla riforma del Titolo V della Costituzione, tutto ciò ha generato una corruzione ipertrofica, che ha portato il debito al 130%, circa, in rapporto al PIL, che è un valore statistico assolutamente fuori controllo, mentre, agli inizi degli anni Novanta, quel dato non raggiungeva il 90% rispetto - peraltro - ad una ricchezza nazionale ben maggiore, visto che esisteva un sistema industriale, che invece nel ventennio, appena passato, è stato scientemente smantellato con la complicità della cattiva politica, che ha fatto finta di non vedere i trasferimenti sistematici di ingenti patrimoni fuori dall’Italia.
Pertanto, oggi è possibile definirsi Socialisti, anche se non esiste di fatto più il PSI, senza timore di essere oggetto di accuse invereconde: anzi, gli Italiani hanno riabilitato il ceto dirigente della Prima Repubblica, perché, nonostante i suoi difetti, sia sul piano morale, che politico, esso assicurava una “pax socialis”, che quello attuale sta minacciando sensibilmente.
Non dobbiamo dimenticare, infatti, che Craxi - come Andreotti e Forlani - per l’autorevolezza, che sapeva promanare, era in grado di farsi interprete di un giusto sforzo di mediazione fra i rappresentanti delle varie forze sociali, mentre oggi sembra che il ceto politico abbia perso tale capacità, per cui la parte forte, quella meramente confindustriale, può godere di uno strapotere nelle relazioni sindacali con le componenti rappresentative del mondo del lavoro.
Ciò implica una debolezza complessiva della nostra economia, perché, quando il potere economico non ha un antagonista in quello istituzionale, inevitabilmente è libero di realizzare ciò che è utile per promuovere i suoi interessi più egoistici, con grave detrimento per le fasce deboli della popolazione, che non hanno più una tutela nei partiti, così come l’hanno avuta per tutta la seconda parte del Novecento.
Non solo nascono, dunque, problemi di redistribuzione della riccheza, ma soprattutto viene a sorgere una sperequazione, sempre più evidente, fra chi ha i mezzi per garantirsi in prima persona e chi, invece, abbandonato a se stesso ed al suo tragico destino, non può che avere un ruolo sempre più residuale nel consesso sociale attuale, invero molto meno equo di quello distrutto a seguito di Tangentopoli.
Nessuno di noi intende fare, certo, l’apologia di Bettino Craxi e dei dirigenti del PSI, che pure manifestarono atteggiamenti di presunzione ed arroganza, ma non si può negare il prezioso contributo che quel ceto politico ha dato allo sviluppo del Paese, pur fra molte luci e qualche ombra di non scarso valore.
Oggi, l’Italia ha scoperto di essere molto più povera di quanto lo fosse venti anni fa: la povertà, che inquieta, non è solo quella meramente economica, che si evidenzia dai valori statistici, che vengono pubblicati dall’Istat, ma è soprattutto quella morale, visto che l’indignazione, che esplose nel biennio 1992/94, a seguito delle indagini della magistratura milanese, non solo non è servita a redimere i colpevoli dell’epoca, ma in particolare non è stata efficace come deterrente per evitare la reiterazione sistematica di reati tanto odiosi, quanto difficilmente perseguibili, perché radicati e diffusi su larga scala.
Pertanto, commemoriamo degnamente Bettino Craxi, sapendo bene che la classe dirigente, di cui fu forse la più alta espressione, fra molti demeriti, ebbe invero il grande merito di portare l’Italia a sedersi al tavolo delle sette maggiori potenze mondiali, fra le quali, purtroppo, non siamo più presenti, perché, di tutti gli Stati europei, che facevano parte di quel prestigioso club, solo il nostro Paese non ha avuto più la forza per confermare - nel corso di questi anni - i risultati economici degli anni Ottanta.
Un garofano, almeno simbolicamente, può essere riposto sulla tomba di chi - da esule o da latitante - è morto, comunque, lontano dalla Patria, che ha contribuito a far grande.
I COMMENTI RELATIVI ALL'ARTICOLO
20/01/2018 23:07:01
da: Giordano a: info@ftnews.it
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Messaggio: Non credo che nel 92 Craxi non avesse capito la fine del suo pensiero,quello di Craxi è ancora valido.Per me fu una congiura della Magistratura ed a tutt'oggi non ho motivo per dubitarne.
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