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Le ragioni di D’Alema…

domenica, 13 marzo 2016 08:38

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Rosario Pesce
L’intervista, rilasciata da Massimo D’Alema al Corriere nei giorni scorsi, ha certamente scosso le acque, perché erano, ormai, mesi che l’ex-Presidente del Consiglio non pubblicava il suo autorevole pensiero in merito alla vicenda interna al PD ed alle sorti conseguenti del Governo retto dal Segretario Nazionale di quello stesso partito.
L’opinione dalemiana è più che chiara: il diverso posizionamento, impresso da Renzi al PD sullo scacchiere parlamentare, non può che indebolire il partito di Largo Nazareno, che ormai sembra essersi chiuso in un abbraccio mortale con l’Udc ed, in particolare, con i fuoriusciti di Forza Italia.
La perdita, infatti, dell’appoggio di molti ambienti della Sinistra interna, in cambio dell’acquisizione del consenso di vasti strati della Destra, nel ragionamento dalemiano, non costituisce condizione essenziale e sufficiente per consentire al PD di vincere in occasione delle prossime elezioni.
Quando si svolgeranno le elezioni politiche, secondo D’Alema, nonostante il sostegno di Verdini al Governo Renzi, la Destra si ricompatterà, per cui il PD si troverà senza il sostegno degli ex-comunisti, frattanto quasi tutti usciti dal partito, e senza l’aiuto necessario degli ex-componenti di Forza Italia, che inevitabilmente sentiranno forte il richiamo dell’antica casa madre dei moderati.
Se lo schema dalemiano è ragionevole, ne consegue che il PD sta preparando il terreno per una clamorosa sconfitta, in favore o della stessa Destra, qualora sia in grado di individuare una guida unica e carismatica, capace di sostituire quella berlusconiana, o in favore dei Grillini, che naturalmente rappresentano l’incognita fondamentale del prossimo voto, visto che il loro consenso, pur oscillando, si mantiene sempre su livelli molto sostenuti.
Peraltro, il meccanismo elettorale introdotto di recente non può che favorire i Grillini stessi, dal momento che la mancanza, almeno parziale, della preferenza consente un voto di opinione molto più libero e, quindi, meno favorevole, per ovvia dinamica, al partito di Governo.
Allora, viene spontanea una domanda: visto che le osservazioni di D’Alema sembrano dettate dal buon senso e da un’ottima dose di saggezza tattica, cosa sta facendo Renzi?
Forse, per creare le premesse di un ricambio generazionale della classe dirigente del suo partito, si sta muovendo come un kamikaze, di fatto ponendo le premesse per un suicidio personale e dello stesso PD.
È ovvio che, se alle prossime elezioni il suo partito non dovesse conseguire il 40% dei consensi al primo turno, la partita elettorale per Renzi diventerebbe molto più difficile, perché al secondo turno non avrebbe alleati da imbarcare e la Destra, qualora non giungesse al ballottaggio, lascerebbe invero i suoi elettori liberi di votare perfino in favore dei Grillini, pur di consumare l’omicidio politico dell’odiato ed avversato PD, per quanto siano stati, spesso, sodali nelle pratiche prodottesi all’insegna del mero trasformismo parlamentare.
È evidente che le parole di D’Alema, inoltre, acquisiscano un peso ulteriore all’indomani della vicenda assai triste delle primarie di Napoli e di Roma: in entrambi i casi, la partecipazione popolare è stata bassissima, a dimostrazione del fatto che il partito renziano, ormai, si è configurato sempre più come partito di gestione e di potere piuttosto che come movimento di opinione, come pure dovrebbe essere una forza che non intenda perdere il collegamento virtuoso con la parte migliore della società, che vuole legittimamente rappresentare.
Inoltre, nel caso napoletano, in particolare, come è noto, si è prodotto un elemento aggravante, che appesantisce ulteriormente la condizione generale: la vicenda Bassolino, infatti, non solo condizionerà le prossime amministrative partenopee, nel caso in cui l’ex-Sindaco dovesse decidere di correre, comunque, e di presentarsi sotto un vessillo civico.
In particolare, a partire da Napoli, può prodursi un’emorragia di classe dirigente in uscita dal PD e prossima a dare il proprio contributo alla nascita di una forza alla Sinistra del PD, che non si limiti solo ad un’opera di testimonianza, ma che possa avere un rilievo nazionale non inferiore a quello che ebbe, ad esempio, la Rifondazione Comunista di Bertinotti, prima che divenisse, invece, un partito del tutto irrilevante con l’uscita dal Governo Prodi.
Se cosi fosse, il terremoto, che si sta preparando, non avrebbe effetti secondari sull’intera dinamica istituzionale nazionale, visto che l’eventuale fuoriuscita dei bassoliniani napoletani sarebbe solo la premessa per quella di tanti altri settori del PD non lontani, per impostazione culturale e politica, dagli esponenti dell’area napoletana.
E, frattanto, Bersani, Cuperlo, Speranza cosa fanno?
Certo è che, anche in tali casi, all’interno della stessa minoranza del PD, non si può non mettere in evidenza il ruolo di chi ha, sempre avuto, carisma e leadership rispetto a chi, invece, assai tiepidamente, è ridotto ormai ad interpretare il ruolo dell’opposizione placida, accomodante e funzionale agli interessi del Capo.
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