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Italia e Israele: quale politica estera?

mercoledì, 22 luglio 2015 13:52

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Rosario Pesce
Sembra che si voglia contrastare, per partito preso, l’azione del Governo da parte nostra: eppure, non è così!
Orbene, l’ultima impresa del nostro Presidente del Consiglio ci impone una riflessione più ampia, che non può non essere critica sull’azione sua e del Gabinetto, che presiede.
Infatti, egli, nel corso di una visita ufficiale in Israele, ha pronunciato delle parole, che sanno di beffa per il popolo, che ha subito la Shoàh, e che nulla aggiungono o tolgono alla totale inessenzialità dell’azione politica dell’Italia nel contesto internazionale.
Reduci, infatti, dagli accordi di Vienna per la limitazione del programma di potenziamento nucleare dell’Iran, l’UE ed - in particolare - gli Stati Uniti d’America non hanno potuto non rimarcare, in tal caso, la presa di distanza dal Governo di Tel Aviv, visto che quest’ultimo era, evidentemente, contrario a qualsiasi tipo di concessione allo Stato governato dagli ayatollàh.
Renzi, che non ha partecipato ai lavori propedeutici per gli accordi di Vienna, dal momento che l’Italia non fa parte del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, si è atteggiato a mediatore fra Israele e la comunità mondiale, ribadendo - per un verso - la necessità di quei patti, appena stipulati, e per un altro - per mero spirito di captatio benevolentiae - affermando, in modo più o meno solenne, le origini ebraiche della cultura europea e del mondo occidentale.
Una simile frase non può che determinare effetti rovinosi, sia da un punto di vista culturale, che politico.
Innanzitutto, nel merito storico, l’affermazione renziana è solo parzialmente vera, visto che la cultura occidentale nasce dell’incrocio di almeno cinque tradizioni: quella ebraica, appunto; la greco-romana; quella arabo-saracena (chi può dimenticare il contributo di Averroè ed Avicenna?); quella tedesca del Criticismo kantiano e dell’Idealismo hegeliano ed, infine, quella cristiana, che sappiamo bene essere diversa dall’Ebraismo tout court, benché da questo abbia avuto origine.
Nel merito politico, la dichiarazione di Renzi non solo è pleonastica, ma può essere, finanche, dannosa.
Dire, infatti, che dall’Ebraismo nasce l’Europa moderna significa rinfocolare, ulteriormente, l’odio dell’integralismo islamico nei riguardi dell’Occidente: cosa che, di questi tempi, non ci appare per nulla un colpo di genio, dato che i terroristi islamisti sono alle porte dell’Italia e sono, peraltro, armati fino ai denti.
Inoltre, la classe dirigente dello Stato di Israele, contrariamente alla nostra, è molto esperta e preparata, per cui una frase, benché ad effetto, non può certamente modificare l’animus di chi aveva chiesto agli Europei ed agli Americani di non firmare gli infausti accordi di Vienna – ritenuti, almeno, inopportuni – in quanto capaci di determinare, a breve, un nuovo riarmo dell’Iran, anche in virtù dell’eliminazione delle sanzioni pecuniarie verso il regime di Teheran, che avrà - dunque - molte più risorse finanziarie da investire nella ricerca nucleare a fini, squisitamente, militari.
A volte, invero, ci domandiamo se il Presidente del Consiglio ragiona sul contenuto e, soprattutto, sugli effetti di quanto dichiara solennemente: fortunatamente (ci sia consentita la battuta!), il nostro Paese conta poco o nulla nello scacchiere internazionale.
Se avessimo avuto il medesimo potere contrattuale degli USA o della Germania o della Russia, le frasi di Renzi dell’altro giorno avrebbero prodotto effetti devastanti a livello mondiale, perché avrebbero configurato un riposizionamento significativo dell’Italia nella questione arabo-israeliana, che mai in verità è stato all’ordine del giorno del nostro Parlamento o degli organismi competenti dell'Esecutivo.
Pertanto, non si può non auspicare maggiore saggezza ad opera di chi ha responsabilità di Governo così rilevanti, perché, quando si occupano posizioni nevralgiche di potere, finanche una parola dal tono sbagliato può far scaturire conseguenze imprevedibili e, soprattutto, funeste per intere popolazioni.
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