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La politica come demagogia

lunedì, 05 gennaio 2015 18:44

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Benedetto Crove - http://it.wikipedia.org/wiki/Pier_Paolo_Pasolini
Rosario Pesce
In suo editoriale, comparso su L’Espresso, Eugenio Scalfari, con la solita capacità di analisi, che lo contraddistingue, fa un’annotazione molto importante, scrivendo che la politica italiana, per tutto il secolo scorso e fino agli anni ’90, ha visto il protagonismo di intellettuali, prestati all’impegno istituzionale, i quali hanno assunto, nei rispettivi partiti di appartenenza, posizioni anche importanti di leadership.
I nomi li conosciamo tutti: da Croce, ad Einaudi, da Gramsci a Togliatti, da Fanfani a Moro, solo per citarne alcuni fra i più famosi.
Orbene, nel corso della cosiddetta II Repubblica, lo stato delle cose è, notevolmente, cambiato, perché gli intellettuali, che vivono e producono cultura in Italia, hanno preferito fare uno o più passi indietro rispetto all’impegno pubblico, per cui la scena parlamentare è affollata di personaggi di secondo rilievo, che molto spesso hanno studiato poco o niente e che riescono a conquistare consensi, perché i media sono molto generosi nel sostenerli, per cui - talora - arrivano, finanche, ai livelli più prestigiosi, sia all’interno dei partiti, che delle odierne istituzioni democratiche.
Naturalmente, il riferimento polemico di Scalfari non può che essere Berlusconi, ma – per essere onesti fino in fondo – dobbiamo ammettere che, pure, il Centro-Sinistra, negli ultimi anni, ha peccato molto, perché, per togliere voti al berlusconismo rampante, sovente ha usato i medesimi strumenti del Cavaliere, riempiendo la scena politica di qualche nano di troppo e di alcune ballerine, che invero non hanno scritto libri fondamentali nella storia della cultura italiana, come Antonio Gramsci o Benedetto Croce.
Un detto molto famoso così recita: “mal comune, mezzo gaudio”.
In tal caso, purtroppo la gioia non è, però, ammissibile, dato che in gioco sono le sorti del Paese e si sa bene che - quando la nazione soffre - la politica è considerata la prima responsabile del fallimento, economico e sociale, del progetto di un’intera generazione di rappresentanti istituzionali.
Cosa fare, allora, per ripristinare un rapporto virtuoso fra le istituzioni e gli uomini di cultura, al fine di sollecitarne l’impegno attivo?
Temiamo che una simile domanda non possa avere – almeno, nell’immediato – alcuna risposta positiva, perché le dinamiche stesse della ricerca del consenso fanno sì che, sistematicamente, le personalità più avvedute e sagge siano espulse dall’agone parlamentare, dato che, invero, fa molta più audience un politico, che demagogicamente si propone al pubblico di elettori-spettatori, piuttosto che quanti si sforzano, invece, di convincere l’uditore con la ragionevolezza e la profondità concettuale dei propri ragionamenti.
Antonio Gramsci
Forse, bisognerebbe spegnere la scadente tv ed i triviali talk show, per tornare al primato degli intellettuali organici?
O, forse, gli stessi intellettuali attuali non sono paragonabili a quelli di un tempo, perché quelli, cui fa riferimento Scalfari, avevano subìto la violenza del Fascismo, per cui essi erano scesi nell’agone politico per salvaguardare, innanzitutto, le libertà civili fondamentali, su cui deve reggersi lo Stato moderno.
Invece, quelli odierni, cresciuti già in tempi di democrazia e molto spesso gratificati da posizioni importanti di potere accademico e gestionale all’interno delle università, delle grandi organizzazioni sindacali e delle fondazioni private, legittimamente non nutrono interesse per un’attività, che non serba più il movente che poteva suscitare, quando in serio pericolo erano le libertà personali, quelle proprie e quelle di milioni di Italiani.
Fra i vari intellettuali, che cita Scalfari, non figura il nome di Pier Paolo Pasolini, che pure fece politica a modo suo - a cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso – criticando, fortemente, tutti i partiti di massa della sua epoca storica, dalla Democrazia Cristiana, accusata di essere l’epicentro della corruzione ed il covo delle connivenze mafiose, al Partito Comunista, reo di essere bigotto e complementare al sistema criminale di potere della DC, visto che non aveva né la forza, né l’intenzione di rovesciarlo con la rivoluzione.
Orbene, l’intellettuale natìo di Casarsa del Friuli coniò il concetto di “omologazione”, per indicare come, nella sensibilità degli Italiani, le ragioni economicistiche all’insegna del profitto avevano assottigliato moltissimo le differenze esistenti fra le varie opzioni filosofiche di qualche decennio prima, per cui la società si avviava ad essere un insieme – culturalmente, assai retrivo – di meri automi e consumatori, privi di qualsiasi connotazione, autenticamente, identificativa in termini di etica pubblica.
Quel processo, mirabilmente descritto dall’autore di decine di films e romanzi di opposizione all’Italia consumistica del boom economico, ora ha raggiunto il suo epilogo, per cui l’attività politica è divenuta uno specialismo per persone molto ciniche, talora prive di alcuna professionalità ed istruzione, che fanno della scalata nelle istituzioni lo strumento più rapido di ascesa sociale, sostitutivo degli studi, che – solo fino a qualche decennio fa – erano individuati come l’unico mezzo - lecito e legittimo - di miglioramento della propria condizione individuale e di liberazione dal bisogno, materiale e spirituale.
Pasolini rende omaggio alla tomba di Antonio Gramsci - da http://it.wikipedia.org/wiki/Pier_Paolo_Pasolini
È chiaro, dunque, che i nani e le ballerine, che iniziarono a proliferare negli anni Ottanta, intorno a Craxi ed Andreotti, acquisendo ruoli di responsabilità nelle istituzioni, si sono frattanto moltiplicati, fino a diventare la genìa umana più frequente, che si può incontrare visitando le segreterie dei partiti ed i gruppi parlamentari, al cui interno esistono - sovente - aspiranti legislatori, che poco o nulla sanno di diritto costituzionale, o novelli economisti, che ripetono acriticamente il refrain ascoltato dal guru di turno, con la pretesa - sulla scorta di tali, scarse conoscenze - di dettare l’indirizzo culturale dominante e di indicare la prospettiva di azione dei prossimi decenni.
Forse, bisognerebbe riflettere a fondo sull’Italia, costruita da tutti noi sulla base di infelici modelli sociologici, importati dagli USA e diffusi, a piene mani, prima dalla televisione commerciale e, poi, ad imitazione, finanche da quella pubblica?
Forse, bisognerebbe rifondare talune delle istituzioni, oggi occupate da chi non ha il necessario livello di acume e di competenze per guidare il Paese fra i flutti dell’odierna crisi, morale prima ancora che economico-finanziaria?
Forse, bisognerebbe tornare alle sane letture di Croce, Einaudi e Gramsci, sospendendo frattanto il giudizio su quanti sono diventati – per grazie ricevuta – i Classici propri di questa triste èra post-ideologica?
O, forse, per rottamare più efficacemente il modello produttivo fordista di industria e di società e, dunque, le ideologie ad esso sottese, il Capitalismo del XXI secolo ha inteso demolire tutti quegli ostacoli, che potevano rallentare l’affermazione delle ragioni del grande Capitale, soppiantando con la mera tecnica i grandi valori e le idee forti di quello che fu il Secolo Breve?
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