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Il mercato delle vanità

venerdì, 10 luglio 2015 10:11

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Rosario Pesce
Come ogni estate, ci troviamo a commentare uno dei fenomeni tipici della società italiana: il calciomercato.
Infatti, è ben noto che, nel nostro Paese, benché sia diminuita la qualità dei giocatori, che ogni domenica si confrontano sui campi di calcio, la passione degli sportivi, per le vicende della compravendita dei calciatori, non è mai passata del tutto di moda.
Un tempo, almeno fino agli anni Novanta, il calciomercato offriva davvero delle notizie importanti, visto che i maggiori club italiani erano in grado di assicurarsi le prestazioni dei migliori atleti al mondo, mentre, ormai da una decina di anni a questa parte, per effetto della crisi e del ridimensionamento conseguente dell’intero movimento calcistico, in Italia arrivano solo i calciatori di seconda e terza fascia, mentre quelli di valore assoluto rimangono a giocare in Spagna o in Inghilterra o in Germania, dove, anche per effetto di un regime fiscale diverso dal nostro, possono ambire a guadagni ben più lauti di quelli cui potrebbero aspirare, se giocassero nella nostra Serie A.
È evidente che, di fronte ad una sconfitta simile dell’intero sistema calcio del nostro Paese, la Federcalcio sta provando a rigenerarlo.
Pertanto, negli ultimi anni, nella proprietà dei più significativi sodalizi sono entrati capitali stranieri, per lo più provenienti dall’Asia, che dovrebbero dare ossigeno ad un’azienda – come quella calcistica – che, altrimenti, rischia di spegnersi, cosi come già in Italia sono andati, progressivamente, calando altri qualificanti settori della produzione.
È pleonastico sottolineare che, dopo un ridimensionamento così vistoso, i tempi per una rinascita sono, ineluttabilmente, lunghi: in particolare, la rigenerazione del movimento calcistico italiano passerà attraverso alcuni step di fondamentale importanza.
Uno di questi, certamente, è rappresentato dall’aumento dei proventi allo stadio, per cui, per poter realizzare i medesimi profitti delle società tedesche o inglesi o francesi o spagnole, è necessario che, a breve, i sodalizi sportivi possano munirsi di impianti di loro proprietà, al cui interno non solo devono svolgersi le ordinarie attività legate alla fruizione dell’evento calcistico, ma soprattutto devono essere allestiti bazar ed attività di vario genere, che inducano un ulteriore esborso di danaro ai danni del tifoso-cliente, che potrà sentirsi spinto ad acquistare i gadget originali della sua squadra oppure deve poter consumare un pranzo presso il lussuoso ristorante, che ha preso in fitto i locali dello stadio appositamente realizzati.
Come si arguisce, è giusto che cambi l’approccio all’evento sportivo, che non può - invero - ridursi ai soli novanta minuti della partita.
Ma, chi dovrà fare ingenti investimenti per avviare una trasformazione urbanistica così profonda delle nostre obsolete città?
È pleonastico sottolineare che le grandi famiglie del capitalismo italiano si sono, ormai, quasi tutte tirate indietro, per cui risulta ovvio che una siffatta rinascita del movimento calcistico deve e può essere ascrivibile solo alle enormi energie, finanziarie e politiche, dei gruppi asiatici o americani, che vengono a prelevare le nostre società, per lo più, prossime al fallimento o, comunque, destinate a vivere un futuro gramo in assenza di investimenti significativi da parte di nuovi e motivati soci.
Finanche, da questo punto di vista il calcio italiano sconta un ritardo notevole: gli Arabi ed i Cinesi sono entrati nel calcio di altre nazioni già venti anni fa, per cui ora possono godere dei risultati dei loro cospicui investimenti passati, mentre, in Italia, la politica, spesso allineata sulle medesime posizioni del capitalismo nostrano, ha contrastato l’ingresso dei capitali stranieri.
Pertanto, oggi, l’Italia si trova a vivere una condizione di arretratezza e di mancanza di danaro liquido nelle casse della stragrande maggioranza dei club di Serie A e B, che – anche, in numero – sono ridondanti rispetto alle effettive possibilità dell’economia nostrana.
Un calcio in simili condizioni non può non essere, allora, attrattativo per la grande criminalità, visto che il mercato delle scommesse, legali e clandestine, rappresenta un canale - sia pure non sempre lecito - di passaggio di risorse notevoli, che vanno a rimpinguare le entrate di associazioni di persone senza scrupolo, pronte a falsare un risultato sportivo, pur di conseguire guadagni non irrilevanti, con la complicità talora di addetti infedeli, quali allenatori, direttori sportivi, broker e calciatori.
È giusto, quindi, che l’intero movimento calcistico venga resettato e che vengano poste premesse diverse, se si vuole che lo spettatore torni allo stadio e, compatibilmente con le sue possibilità, possa arricchire le casse del club, per cui tifa.
Altrimenti, il calcio diventerà come la politica, con un conseguente numero, sempre crescente, di persone che si allontaneranno da un fenomeno, che giudicheranno residuale e non degno di essere vissuto con la medesima gioia e spirito di compartecipazione degli anni migliori.
Forse, il ceto dirigente italiano, dopo aver perso l’industria automobilistica, quella chimica ed, in gran parte, la manifatturiera, intende assistere all’ennesimo, fatale fallimento delle aziende italiane?
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