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I limiti del processo di unificazione europea

domenica, 17 novembre 2019 16:43

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Il Quai d'Orsay a Parigi, dove Schuman tenne la sua dichiarazione che portò alla creazione della CECA e costituì il punto di partenza del processo di integrazione europea conducendo poi alla formazione dell'Unione europea. - Da https://it.wikipedia.org/wi
Rosario Pesce
È indubbio che il processo di unificazione europea accusi dei limiti evidenti.
In primis, la vera unità – quella politica – non si è mai compiuta, visto che gli Stati nazionali si sono ben guardati dal cedere fette di sovranità all’Unione Europea, se non nel ristretto ambito della moneta unica.
E questo dato non può che essere un fattore di freno, che ha contribuito alle sorti – finora – non felici del processo di unificazione monetaria.
Peraltro, non sfugge a nessuno che la Francia ed, in particolare, la Germania del post-crollo del Muro di Berlino hanno interpretato, finora, la parte del leone a detrimento del mondo anglosassone (non è un caso fortuito la Brexit) e dell’Europa del Mediterraneo, che rimane sempre più emarginata, correndo il rischio di divenire parte di un nuovo continente (quello euro-africano) che poco ha in comune con i Paesi che si affacciano sul Mar del Nord.
Invero, mettere insieme gli Stati dell’ex-blocco atlantico con quelli dell’ex-Patto di Varsavia non è stato facile, non solo in termini meramente finanziari, ma solo alcuni Paesi hanno vinto a pieno la loro scommessa.
È il caso, appunto, della Germania: chi visita oggi Berlino, con fatica riesce a distinguere la parte orientale che governavano i Sovietici da quella occidentale che era sotto l’egida degli Stati Uniti d’America, a dimostrazione che, quando entrano in gioco gli interessi tedeschi, le cose si fanno sempre bene.
Ma, quanto è costata agli Europei l’unificazione della Germania?
Quali danni rischia di subire il Sud del nostro continente, visto che per i Tedeschi diviene prevalente l’interesse espansivo verso Est piuttosto che il riallineamento economico dell’Europa mediterranea rispetto agli standard - produttivi e finanziari - di quella del Nord?
Sono questi interrogativi essenziali, sui quali nei prossimi anni il ceto dirigente europeo deve riflettere: costruire, come di fatto sta avvenendo, un’Europa con centralità nordica significa, di fatto, rinunciare al Mediterraneo e, dunque, ad un mondo che - invece - con insistenza bussa alla porta di noi Occidentali.
Forse, si vuole costruire un’Europa a due velocità?
Forse, si vuole rinunciare a Roma, Madrid ed Atene per enfatizzare il ruolo di Parigi e Berlino?
Se questo fosse il progetto, l’Europa sarebbe già giunta al più clamoroso fallimento della sua storia recente, prima ancora di avviarsi lungo il proprio percorso di crescita e di consolidamento politico ed istituzionale.
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