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Il tramonto di Berlusconi

sabato, 21 febbraio 2015 21:39

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Rosario Pesce
È chiaro che le ultime vicende politiche rappresentano un durissimo colpo per Berlusconi, il quale pensava, in virtù del Patto del Nazareno, di essere tornato centrale negli equilibri italiani, scoprendo ben presto, invece, di essere - ormai - considerato, alla stregua di un arnese vecchio e desueto delle nostre istituzioni parlamentari, da parte di chi, come il Presidente del Consiglio, prima lo ha usato per ascendere al Premierato e, poi, lo ha cestinato nel momento in cui ha scoperto che - senza il Cavaliere - si può ugualmente stare a Palazzo Chigi, grazie ai voti dei dissidenti grillini e di quelli dei parlamentari vicini a Verdini.
Paradossalmente, però, l’indebolimento politico di Berlusconi non coincide, almeno immediatamente, con quello economico-imprenditoriale; anzi, le imprese berlusconiane stanno dimostrando di poter conseguire ottimi risultati, nonostante il loro padrone non sia più ai vertici dello Stato, come lo è stato - senza soluzione di continuità - fino al 2011.
Contestualmente, è sempre più chiaro che sia avvenuto il passaggio di potere effettivo dal Cavaliere alla figlia, per cui è Marina che, con Confalonieri, disegna gli scenari del gruppo Mediaset, mentre il genitore, che pure ha avuto il merito di aver fondato quell’impero, sta leccandosi le ferite per le ultime notizie, che lo riguardano, in prima persona, da un punto di vista penale.
Infatti, la riapertura del caso delle Olgettine e la conclusione del processo napoletano, per la compravendita dei Senatori, nel 2008, segneranno in modo irreversibile l’uscita di scena di Berlusconi, che non solo non potrà tornare più in Parlamento, ma soprattutto rischierà di perdere, effettivamente, la libertà personale, qualora il procedimento, aperto presso il Tribunale di Napoli, dovesse terminare con una condanna.
È il tramonto degli dei?
Pensiamo, invero, che la caduta degli idoli sia già avvenuta, per cui, nelle prossime settimane, assisteremo solamente agli ultimi episodi di una saga, che molto probabilmente non riserverà sorprese, perché siamo, davvero, giunti ai titoli di coda della vicenda politica berlusconiana.
Peraltro, gli eredi dovranno, a breve, scegliere in quali settori continuare a fare impresa, visto che è altamente improbabile che i figli del Cavaliere potranno, contemporaneamente, gestire gli affari, che il padre conduceva nei settori dello sport, dell’edilizia, della finanza, dell’editoria e della televisione.
In tale contesto, chi, a Sinistra, ha fatto dell’anti-berlusconismo la propria cifra unica, rischia invero di rimanere senza il concorrente, che ne giustificava l’esistenza: non osiamo immaginare quale possa essere il futuro di quei giornalisti ed opinionisti prezzolati, che hanno consumato un’intera carriera nello specializzarsi nelle complesse vicende penali del Cavaliere.
La fine politica di Berlusconi, però, non deve far gioire né il PD, né Renzi: riteniamo che, dopo l’implosione di Forza Italia ed il crollo del suo fondatore, ineluttabilmente la Destra, in vista delle prossime elezioni, non potrà che riorganizzarsi intorno ad una nuova e rinnovata leadership, nell’auspicio di sconfiggere chi, come il Premier, ha dapprima illuso Berlusconi e, poi, molto cinicamente non ha avuto scrupoli nello scaricarlo, eleggendo un Capo dello Stato lontanissimo dal modello di Presidente della Repubblica, che il Patto del Nazareno avrebbe potuto eleggere.
Chi sarà, allora, il successore di Berlusconi alla guida della Destra moderata italiana?
Casini? Fitto? Qualche banchiere prestato, come già è avvenuto nel recente passato, alle istituzioni ed al Governo?
Crediamo che siffatte risposte siano tutte inesatte, visto che, ai personaggi citati, manca evidentemente il fascino mediatico, che, per venti anni, ha avuto ininterrottamente il patròn di Mediaset, in virtù del quale egli è stato capace di sconfiggere tutti i leaders della Sinistra, tranne Prodi e lo stesso Renzi, con cui, però, non si è mai misurato nel corso di una competizione elettorale, per ovvie differenze di ordine anagrafico.
Reputiamo che, nei prossimi dodici mesi, lo scenario parlamentare del nostro Paese cambierà radicalmente, perché - ormai - il Presidente del Consiglio è arrivato all’acme del suo percorso rapidissimo di ascesa istituzionale, per cui due sono le alternative: o incassa subito l’esito di tanti successi o rischia, poi, di incamminarsi lungo la parabola discendente, quando l’elettorato italiano sarà chiamato a rinnovare il Parlamento, alla luce – forse – della nuova legge costituzionale.
Tragica sarebbe, però, un’ipotesi, non del tutto peregrina: gli elettori moderati potrebbero identificarsi nell’attuale Premier, come hanno già fatto alle elezioni europee del 2014, vedendo in lui il naturale successore di Berlusconi.
Se così fosse, non solo il PD cadrebbe in contraddizione con la propria storia, ma soprattutto assisteremmo ad una pericolosa mutazione genetica delle forze attuali, per cui il principale partito progressista italiano si trasformerebbe nell’unica formazione capace di rassicurare il ceto medio, prossimo altrimenti ad una grave crisi di identità, per effetto dei dati economico-finanziari, che continuano ad essere negativi.
È chiaro che l’ambiguità deve essere sciolta: il Premier non può atteggiarsi come il novello Cavaliere, che vince la battaglia elettorale contro i populismi della Lega e del M5S, ma al tempo stesso il PD non-renziano, se esiste ancora ed ha qualche sussulto di residua dignità, deve segnare una svolta, costringendo il Segretario Nazionale non solo a prendere le distanze, definitivamente, dal Patto del Nazareno, ma in particolare a non confondersi con le politiche berlusconiane, perché lo spettro inquietante del rampantismo berlusconiano, che assuma magari le sembianze giovanilistiche del Premier, non è utile né al Paese, né alla Sinistra, né alla Destra italiana.
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