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Una brutta Nazionale

sabato, 08 settembre 2018 14:30

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Rosario Pesce
Quella, vista ieri sera, è stata certamente una brutta Nazionale di calcio.
Ha palesato, nonostante il cambio in panchina ed il passaggio, quindi, da Ventura a Mancini, i medesimi difetti del recente passato, che hanno cagionato la clamorosa esclusione dal Mondiale russo: mancanza di personalità e di idoneo livello tecnico, in primis.
Sono, questi, problemi già noti, dal momento che si sa bene che l’ultima generazione di campioni, nati in Italia, è stata quella del 2006, che vinse il Mondiale in Germania e che portò, dunque, il nostro Paese a vincere quel prestigioso trofeo per Nazionali.
Da quel momento in poi, poco o nulla abbiamo vinto - finanche - in Europa.
Molti allenatori, di conseguenza, hanno pagato un fio molto alto, visto che sono stati, poi, indotti ad allenare giovani non certo all’altezza del blasone della scuola italiana di calcio.
Da Donadoni allo stesso Lippi, da Prandelli a Ventura, tutti dopo quel mitico 2006 hanno fallito alla guida della nostra rappresentanza nazionale, a dimostrazione del fatto che il calcio lo realizza, in particolare, il livello tecnico dei calciatori, a prescindere dall’esperienza dello stesso Mister.
Speriamo, ovviamente, che la medesima sorte non tocchi anche a Mancini, ma è naturale che la sua strada è in salita e che le sue possibilità di successo sono legate alla nascita di una nuova leva di campioni, che all’orizzonte non si intuisce, visto che le nostre principali squadre di club hanno, per lo più, alle loro dipendenze calciatori stranieri, che costano molto meno di quelli Italiani e, talora, sono molto più disposti al sacrificio ed al lavoro, dato che il calcio - a determinati livelli - richiede spirito di abnegazione e moltissima professionalità.
Siamo, quindi, condannati a perdere ancora?
Certo, non si prospetta un futuro roseo, ma non si può che auspicare che tutte le istituzioni del nostro calcio predispongano un piano serio di formazione per calciatori, in sinergia con i club, che devono essere incentivati in ogni categoria, dalla Lega Pro alla Serie A, ad investire sugli Italiani, anche nella speranza che il ricambio possa avvenire attraverso l’acquisizione della cittadinanza da parte di quanti arrivano nel nostro Paese, i cui figli possono contribuire - in modo rilevante - a rinverdire le fortune dei settori giovanili del nostro calcio.
Forse, solo questa è la strada per tornare ad issare - finalmente - un trofeo internazionale?
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