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Se Renzi si fa da parte…

domenica, 25 marzo 2018 08:11

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Rosario Pesce
Se Renzi si fa da parte, la vita del PD non può che trarne giovamento.
È evidente che l’ex-premier non abbia alcuna intenzione di lasciare la scena e la guida del partito ad altri, ma sarebbe molto opportuno che lo facesse.
Proviamo ad analizzare gli ultimi tre anni: dapprima, la sconfitta alle elezioni amministrative delle grandi città, poi la debacle del referendum costituzionale ed, infine, la disfatta del 4 marzo.
Sarebbe bastato uno solo dei tre episodi sopramenzionati per indurre un leader a farsi da parte, ma è ovvio che, in Italia, questo non sempre avviene.
Peraltro, egli sta condizionando, non poco, i primi giorni della nuova legislatura.
Infatti, il suo manifesto “niet” a qualsiasi forma di collaborazione con i Cinque Stelle rappresenta un freno enorme per un partito, che obiettivamente facciamo fatica a vedere relegato in un mero ruolo di opposizione, che non gli appartiene per cultura politica e per formazione dei suoi quadri dirigenti.
Ma, fino a quando Renzi detterà la linea, il PD ineluttabilmente rimarrà a guardare i giochi e le strategie degli altri, non potendo che osservare ed aspettare che – come si dice in gergo – passi il morto, che in tal caso non si manifesterà mai.
Sorge spontanea una domanda: il PD odierno è in grado di mettere da parte Renzi in modo definitivo e di dar vita ad una nuova stagione, finanche pagando lo scotto di un’eventuale scissione dei gruppi parlamentari?
Non crediamo, invero, che sia possibile, almeno nell’immediato, una simile ipotesi, per cui per qualche mese ancora Renzi sarà l’autore delle strategie del suo partito, tenendolo di fatto vincolato a sé ed ai propri destini personali.
E poi?
Forse, qualcuno avrà il coraggio di suggerirgli un’onorevole via d’uscita, ma fino a quel momento quanti altri danni saranno stati causati?
Ed, infine, chi sarà il fortunato che dirà pubblicamente a Renzi che è venuto il momento di voltare pagina? Forse, Franceschini? Veltroni? Orfini? Lo stesso Martina?
Certo è che, per la prima volta in Italia, un partito è così manifesto ostaggio di un uomo, come nel caso del PD rispetto a Renzi.
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