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Culture a confronto

sabato, 17 marzo 2018 15:22

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Rosario Pesce
È evidente che, nello scorcio di secolo appena iniziato, le culture politiche del nostro Paese siano molto mutate, per cui si può dire, senza timore di smentita, che si sono messe da parte le culture del Novecento in modo definitivo.
La politica, infatti, nel corso del secolo scorso si era consumata lungo il crinale Comunismo versus anti-Comunismo, per cui tutti i fatti culturali e politici più rilevanti si sono compiuti in ossequio a tale antinomia.
Il voto del 4 marzo ha segnato, in modo irreversibile, l’uscita da questo schema manicheo: finanche, l’intero arco temporale della Seconda Repubblica, con Berlusconi in particolare, ha visto prevalere lo schema dell’anti-Comunismo in modo evidente, nonostante non ci fosse più alcun riferimento manifesto al Comunismo nei programmi e nelle intenzioni dei partiti sfidanti: si è prodotto, quindi, in quel caso un anti-Comunismo in assenza del Comunismo.
Oggi, invece, questi vocaboli sono usciti definitivamente di scena, per cui i cittadini non hanno votato tenendo conto di una simile opzione e lo schema manicheo si è trasferito altrimenti: sistema versus anti-sistema.
Pertanto, i cittadini, in modo consapevole alcuni, in modo inconscio altri, hanno individuato due forze anti-sistema, la Lega ed i Grillini, e le hanno premiato in modo vistoso, mentre tutte le altre forze, individuate con il sistema, sono state duramente bastonate in termini elettorali: il PD sceso ben al di sotto di ogni ipotesi peggiorativa; Forza Italia ampiamente superata dalla Lega e Liberi ed Uguali poco al di sopra della soglia minima per entrare in Parlamento.
Pertanto, si è usciti dal Novecento e dallo scontro fra culture per entrare in una nuova fase nella quale, per davvero, i concetti di Destra e Sinistra sono andati definitivamente in soffitta: certo, ci avrebbe fatto piacere leggere Norberto Bobbio, se avessimo avuto la fortuna di averlo ancora in vita, visto che il suo libello, pubblicato all’indomani della caduta del Muro di Berlino, dovrebbe oggi arricchirsi degli sviluppi ulteriori prodotti nel corso degli ultimi due decenni.
È ovvio che la globalizzazione ha inciso non poco su tale fenomeno, per cui, nei Paesi ancora ricchi, come Germania e Svizzera, permangono i nomi dei partiti cari alla tradizione del Novecento, mentre in quelli più poveri del Mediterraneo, finanche nei nomi dei partiti, sono scomparsi tutti i riferimenti possibili alle culture del secolo scorso.
Il rifiuto del ceto dirigente, perciò, si è intrecciato con quello dei valori tipici degli ultimi duecento anni, per cui gli elettori hanno gettato, come si dice in gergo, il bambino insieme all’acqua sporca.
Ed, allora, viene spontaneo chiedersi se e come le dinamiche sociali continueranno a condizionare gli esiti della politica e del naturale svolgimento della vita delle istituzioni.
Peraltro, è scomparso non solo il concetto, ma la dinamica stessa del conflitto di classe.
Infatti, il voto copioso verso formazioni nuove ha messo insieme il consenso del diseredato con quello del borghese, che teme la sua proletarizzazione e che, dunque, ha votato contro il sistema insieme al sottoproletario: cosa, questa, impensabile durante il Novecento, perché in quel caso l’uno si sarebbe identificato con la Destra conservatrice e l’altro, ineluttabilmente, avrebbe votato per la Sinistra operaista e riformatrice.
Cambiano, pertanto, le categorie della politica e coloro che, per mestiere o per diletto (come nel nostro caso), trovano piacere nell’analisi delle dinamiche sociali e politiche, non possono non prendere atto che siamo in presenza di un fenomeno di dimensioni rilevantissime, visto che simili processi investono, sia pure in forme diverse, l’intera Europa e, quindi, il mondo industrializzato, in attesa che la democrazia possa compiersi in modo importante, anche, nelle realtà dove si stanno trasferendo i capitali della nuova economia finanziaria.
Nei prossimi mesi ed anni, non possiamo non continuare a seguire un siffatto processo, visto che esso interroga, sin dalle fondamenta, il livello di pax sociale, che la globalizzazione è in grado di assicurare a miliardi di esseri umani.
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