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Uno strappo inevitabile

sabato, 28 ottobre 2017 12:45

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Rosario Pesce
È chiaro che lo strappo, prodottosi fra Renzi e Gentiloni, sia stato inevitabile: ci riferiamo, ovviamente, alla designazione del nuovo Governatore della Banca d’Italia.
Pensare, come aveva fatto Renzi, che si potesse dare il benservito a Visco, pur in presenza di un Governo al cui interno sono attivi Ministri in conflitto di interessi con la nomina del vertice di Banca Italia, era cosa peregrina.
Bene ha fatto, quindi, Gentiloni a prendere le distanze dalla richiesta renziana: la riconferma di Visco, in un momento storico delicato, prima di una campagna elettorale molto dura, rappresenta un elemento di certezza per le istituzioni del nostro Stato, di cui abbiamo grande bisogno.
Peraltro, la richiesta renziana non ha fatto altro che acuire i conflitti all’interno dello stesso PD, se è vero che il Presidente del Senato, all’indomani della vicenda Banca Italia e dell’approvazione del Rosatellum con voto di fiducia - anche - a Palazzo Madama, ha ritenuto giusto ed opportuno lasciare il gruppo parlamentare democratico e prendere le distanze, dunque, dall’intero vertice del partito di Renzi.
Non è bello, chiaramente, assistere ad una mini-scissione alla vigilia dello scioglimento delle Camere, ma ci appare ovvio che il Segretario Nazionale del PD dovrebbe cominciare ad avvertire il disagio molto forte, che è presente in moltissimi ambienti del suo partito e della pubblica opinione nazionale.
Finanche, l’ex-Presidente Napolitano, che pure ha avuto un ruolo importante nell’ascesa di Renzi al premierato, non ha potuto non evidenziare la scelta improvvida di chi ha preferito stoppare il dibattito al Senato intorno al Rosatellum ed imporre il dispositivo elettorale attraverso l’ennesimo voto di fiducia, che mortifica l’indipendenza dei parlamentari dai diktat dei rispettivi capibastone.
Cosa può fare, quindi, Renzi?
Forse, fermarsi un attimo e sfumare gli elementi di contrasto con chi rappresenta una sensibilità, ideale e culturale, tipica della Sinistra italiana?
Forse, continuare sulla strada, che ha scelto, anche correndo il rischio di andare a sbattere contro il muro eretto dalla demagogia e dal populismo, che ovviamente danneggiano, in primis, chi ha governato nel corso degli ultimi cinque anni?
Crediamo che il treno, anche in senso metaforico, sia ormai partito e che Renzi non è più in grado di arrestarlo, visto che è, forse, fin troppo vanesio per comprendere gli errori che ha commesso e che hanno determinato il cortocircuito fra il PD ed una parte importante della Sinistra italiana, che oggi ha scelto altri lidi e destinazioni partitiche.
Certo è che, dopo il voto della primavera del 2018, in caso di sconfitta ovvero di non-vittoria, gli verrà servito un conto salatissimo da coloro che, oggi, sono i suoi avversari interni, in primis da quelli che non lo stanno ostacolando pubblicamente, ma che già stanno lavorando ad uno scenario istituzionale che non preveda la presenza di Renzi - o di renziani di stretta osservanza - ai vertici del futuro potere esecutivo e dello stesso PD.
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