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Un PD sordo e cieco

sabato, 19 agosto 2017 15:28

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Rosario Pesce
È evidente che la politica, in particolare quella italiana, sia sempre più sorda ed incapace di ascoltare le esigenze dei cittadini.
Il progressivo ridursi della platea elettorale dimostra la disaffezione degli Italiani, che poco o nulla si identificano nelle istituzioni odierne.
Renzi, qualche anno fa, aveva rappresentato l’ultima speranza di moltissimi nostri concittadini, che hanno creduto di avere in lui il vero riformatore, di cui il Paese necessita.
Purtroppo, le cose non sono andate così, visto che le riforme sono state fatte, ma hanno peggiorato lo stato dell’arte.
Oggi, il Paese avanza molto più lentamente delle altre nazioni europee, nonostante il momento storico favorevole, e soprattutto il debito pubblico cresce in forma esponenziale, per cui - a breve - non solo moltissimi Enti Locali saranno costretti a fare dichiarazione di dissesto, ma anche lo Stato centrale rischia di fare default, a meno che non voglia - di nuovo - mettere le mani nelle tasche e nei portafogli degli Italiani, ad esempio rimodificando l’età pensionabile dei dipendenti pubblici, innalzando la soglia per andare in quiescenza.
In tale situazione, a sei mesi circa dal voto, che deve rinnovare la composizione di Camera e Senato, è chiaro che, in particolare, il partito che ha governato nel corso della presente legislatura, il PD appunto, deve darsi una mossa ed intraprendere una seria iniziativa di rinnovamento dei propri quadri dirigenti, presentandosi all’elettorato con candidati che possano convincere gli Italiani a dare, di nuovo, la fiducia alla principale forza dell’odierno Centrosinistra.
In primis, forse, lo stesso Renzi potrebbe (e dovrebbe, se vuole ancora bene al suo partito) fare un passo indietro e rinunciare alla candidatura a Palazzo Chigi, ma sappiamo bene come le sue intenzioni siano ben altre.
D’altronde, è obiettivamente favorito dal fatto che leadership alternative non sono emerse in questi mesi di dibattito, interno ed esterno al PD, per cui, a meno che non ci siano novità clamorose da qui al prossimo marzo, sarà lui il candidato che, nella primavera del 2018, dovrà sfidare Grillo e Berlusconi per la guida del Paese, con una legge elettorale che non favorisce le aggregazioni e che potrà incentivare, dunque, la disaggregazione ulteriore del quadro politico, in favore di movimenti populistici ovvero di forze pseudo-centriste, che poi concorreranno alla nascita del prossimo Governo, facendo alzare viepiù il prezzo della contrattazione.
In tale contesto, non possiamo non auspicare che il PD si rinnovi profondamente, anche investendo le dinamiche dei Congressi, provinciali e regionali, che si celebreranno nei prossimi mesi a ridosso del voto nazionale, visto che, in particolare, sui territori è venuto meno l’insediamento del partito, sempre meno collegato con le realtà produttive e professionali, di cui - un tempo - era la più fedele espressione sul piano politico ed elettorale.
Sarà capace il PD di rigenerarsi nel prossimo autunno o prevarrà lo spirito di autoconservazione?
Se non ci sarà alcun segnale di autentico cambiamento, allora la sconfitta sarà ineluttabile e dovrà passare, almeno, un ventennio perché il PD - o il suo eventuale sostituto - possa tornare a governare il Paese.
Renzi conosce, quindi, quale grave responsabilità reca con sé?
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