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Un’Europa diversa

domenica, 25 gennaio 2015 12:16

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I 12 stati firmatari del trattato di Maastricht (7 febbraio 1992)
Rosario Pesce
Le elezioni odierne in Grecia possono inaugurare un momento diverso della storia europea, visto che quella, finora vista, è l’immagine di un continente, che non ci piace affatto.
La terra di Socrate, Platone ed Aristotele è vittima della peggiore fase storica della sua esistenza plurimillenaria e, purtroppo, la crisi greca rappresenta l’acme di un momento critico, che anche gli altri Paesi europei stanno vivendo, ormai da qualche anno.
D’altronde, se il Governatore della BCE è arrivato a programmare l’acquisto di titoli di Stato, per i prossimi diciotto mesi, per un ammontare complessivo di sessanta miliardi di euro mensili, ciò significa che esiste un’intera area continentale - quella del Mediterraneo - che rischia, effettivamente, il default, nel solco di quanto già è avvenuto in Grecia.
I limiti finanziari, imposti dai Trattati di Maastricht, sono obiettivamente insostenibili per il vecchio continente, come per qualsiasi realtà occidentale; qualora non vengano modificati, essi possono portare al fallimento più grave, che la storia economica ricordi, ben peggiore di quello del 1929.
Infatti, sia per fatti oggettivi, che per limiti della finanza dei Paesi maggiormente in difficoltà, diventa impossibile riuscire a tenere il rapporto debito/PIL entro la misura - considerata virtuosa - del 3%, per cui i vari Stati nazionali sono costretti a tagliare le spese per istruzione, sanità, previdenza, senza peraltro ottenere vantaggi concreti.
Il vero dramma - che è alla base di tutto - è lo smantellamento del sistema industriale occidentale, che è stato esportato in Asia o in Africa, dove gli imprenditori hanno la chance di produrre a costi molto più bassi che da noi, per cui è ineluttabile che, se un Paese non ha più un’ossatura industriale, quella realtà è destinata a fallire, prima o poi, perché viene meno la precondizione di qualsiasi discorso finanziario - almeno - possibile.
D’altronde, anche le misure, prese dalla Banca Centrale Europea, sono sub iudice, visto che potrebbero non assicurare un miglioramento della condizione attuale, ma potrebbero costituire, solamente, un utile elemento di differimento della fase più acuta della crisi.
La scommessa, che è stata fatta dalla BCE, quando ha assunto una simile decisione, è economicamente legittima, ma presenta alcuni fattori di rischio: infatti, prestare una così ingente mole di danaro agli Stati in difficoltà, implica che i tassi di interesse scenderanno ulteriormente, per cui la rendita finanziaria viene assolutamente penalizzata, perché chi avrà i propri risparmi investiti in conti bancari o soluzioni del genere, vedrà il proprio danaro abbattuto dai costi fiscali delle soluzioni finanziarie praticate dagli istituti di credito.
La nostra moneta si svaluterà, per cui è auspicabile che l’euro, nel breve lasso di tempo, possa scendere ulteriormente nel valore di scambio con il dollaro, magari al di sotto della fatidica soglia fissata nel rapporto 1:1, raggiungendo così un valore decimale, che potrà certamente incoraggiare le vendite dei nostri prodotti in favore di chi viene a comprarli con la moneta statunitense, ma svantaggia tutti quegli Stati che, in dollari, devono comprare le materie prime per le loro industrie ovvero devono acquisire le risorse energetiche, i cui prezzi – come è noto – sono fissati in dollari.
Quindi, come si arguisce, finanche le soluzioni, assunte negli ultimi giorni, potrebbero non bastare per risollevare l’Europa, anzi potrebbero – per uno strano gioco del destino – creare un effetto perverso, che danneggia maggiormente chi possiede delle risorse monetarie, il cui valore reale sarà sempre più basso, tanto più perché la svalutazione della moneta, inevitabilmente, fa il paio con l’inflazione e con l’aumento generalizzato del costo della vita, che si induce, quando la divisa viene - fin troppo - svalutata, perché essa perde potere d’acquisto, non solo sui mercati stranieri, ma anche su quelli interni.
Per effetto del prestito fatto agli Stati europei dalla BCE, noi potremmo assistere, nei prossimi mesi, ad un aumento vorticoso dei prezzi, sia all’ingrosso, che al dettaglio, per cui una moneta svalutata sarebbe l’anticamera della fame per moltissimi ceti sociali, già oggi in difficoltà vistosa, pur avendo avuto una moneta forte ed in grado di competere, finanche, con il dollaro.
Pertanto, in una cornice siffatta, urge che la ventata di cambiamento, che spira dalla Grecia, si allarghi al resto del vecchio continente, perché è evidente che i Trattati vadano riscritti, dato che nella versione attuale essi possono provocare solo difficoltà per tutti gli Stati meridionali dell’UE.
Tsipras avrà la forza per mantenere le promesse fatte in campagna elettorale, qualora – come appare probabile – dovesse vincere le elezioni odierne?
Riuscirà ad imporre la rivisitazione di quei vincoli, previsti dai Trattati, che sono insostenibili, a meno che non si voglia fare della deliberata macelleria sociale?
Riuscirà a convincere la Germania che i prestiti, che sono stati fatti in passato dall’Europa allo Stato ellenico, non devono più dare diritto al riconoscimento dei relativi crediti, per cui l’UE non può pretendere la restituzione del danaro dato alla Grecia ed ai Paesi prossimi al default?
Peraltro, anche l’ultimo prestito, che è stato deciso dalla BCE, sia pure nascosto - opportunamente - sotto forma di acquisizione di titoli di Stato, nasconde un’insidia di non poco conto.
Qualora dovessero sorgere delle difficoltà, la Banca Centrale Europea risponderebbe, con danaro proprio, solo in ragione del 20% dell’importo complessivo dei bond acquistati sul mercato secondario, mentre - per l’80% rimanente - a risponderne sarebbero le Bance Centrali Nazionali, per cui il fattore di rischio - obiettivamente presente nell’operazione promossa da Mario Draghi - ricade quasi per intero sugli stessi Stati, i quali ne risponderebbero con le ingenti riserve aurifere e monetarie, di cui - da tempo - i loro Istituti bancari centrali hanno pieni i rispettivi caveau.
C’è un desiderio forte di rinnovamento dell’Europa, così come l’abbiamo, finora, sciaguratamente costruita, anche perché – come dimostra la vicenda della BCE e della compravendita dei titoli – ancora non abbiamo capito se l’UE - indipendentemente dalle sue buone intenzioni, di cui non dubitiamo affatto in linea di principio - sia madre o matrigna verso moltissimi milioni di cittadini europei e gradiremmo, nelle prossime settimane, avere una risposta ad un tale quesito.
Tsipras rappresenta l’ultima spiaggia per la Grecia, come per molti altri Stati, che dovessero trovarsi – a breve – nelle medesime condizioni di povertà della Grecia.
Infatti, qualora dovesse fallire il tentativo di rinnovare l’UE da Sinistra, è ineluttabile che la deriva dei popoli, prossimi alla fame, li porterebbe ad essere vittima dei messaggi nazionalistici e qualunquistici della peggiore Destra continentale, quella – per intenderci – della Le Pen, di Alba Dorata e della Lega di Salvini.
Vogliamo, forse, alimentare un pericolosissimo rigurgito dei nazionalismi e dei fascismi di novecentesca memoria?
Forse, l’Europa, nata per spegnere i conflitti, costituirebbe il principale motivo per l’esplosione degli stessi?
Peraltro, qualora questi scoppiassero, dopo un fallimento clamoroso delle politiche dell’Unione, non solo assisteremmo ad un Quarto Conflitto Mondiale – dopo i due del Novecento e la Guerra Fredda, che ne conseguì – ma rischieremmo di essere prossimi all’implosione dell’identità stessa del popolo europeo, che tornerebbe – per intensità e portata dei conflitti – al Medioevo ed, in particolare, all’età delle guerre fra Romani e Barbari.
Nel corso della visita alla bellissima Firenze ed ai capolavori d’arte del Rinascimento italiano, che essa serba nei suoi splendidi Musei, Renzi ha avuto modo di illustrare simili timori alla Merkel?
Noi, frattanto, non possiamo non intonare “Bella Ciao”, sapendo bene che la sfida, volta a salvaguardare la democrazia ed evitare la rinascita del Fascismo, è appena cominciata.
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