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Rosario Pesce
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Le elezioni primarie di domenica 3 marzo sono essenziali per il PD e per il futuro politico non solo di quel partito, ma dell’intero Centro-Sinistra.
È evidente che Zingaretti è in netto vantaggio rispetto agli avversari, ma è altrettanto vero che il suo vantaggio deve concretizzarsi in una vittoria netta, con un margine molto ampio, che lo possa portare in Assemblea Nazionale ad avere la maggioranza assoluta dei componenti.
Altrimenti, si aprirebbe un periodo ancora peggiore di quello che è intercorso dalle elezioni della scorsa primavera.
Infatti, un’eventuale vittoria priva della maggioranza assoluta da parte di Zingaretti rimetterebbe in gioco gli uomini di Renzi, che aspirano a fermare l’ascesa del Governatore del Lazio.
Non è un caso se i due candidati, che contendono la Segreteria Nazionale a Zingaretti, sono entrambi di area renziana.
Ma, è venuto il momento di rompere il cordone ombelicale con Renzi ed il renzismo, visto che la sconfitta del 2018 ha evidenziato che l’ex-premier ha portato il partito in rotta di collisione con la propria base, che invece ora sta riprendendo smalto ed entusiasmo grazie alla candidatura di Zingaretti.
Peraltro, è essenziale che siano in molti ad andare al voto: è chiaro che i tre milioni di elettori delle scorse primarie sono un obiettivo quasi impossibile, ma è necessario che il voto venga suffragato, almeno, dalla partecipazione di un milione e mezzo di Italiani, soglia virtuale che può indicare il successo o meno della competizione.
E, sulla scia di Zingaretti, non si può che auspicare anche il successo, in particolare in Campania, della sua candidata alla Segreteria regionale, Armida Filippelli, cosicché si possa creare una liaison virtuosa fra il livello centrale e quello periferico, che è la condizione prioritaria per rilanciare l’azione di un partito, altrimenti destinato a divenire sempre meno determinante negli equilibri della democrazia italiana.
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