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Un Mondiale che parla europeo…

mercoledì, 04 luglio 2018 21:43

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Rosario Pesce
È evidente che il continente più forte da un punto di vista calcistico sia l’Europa, se su otto squadre rimaste in corsa per il titolo ben sei sono europee, mentre solo due sono sudamericane e gli altri continenti non sono, affatto, rappresentati ai quarti di finale della competizione iridata.
Si potrà dire, quindi, che l’Europa ha preso una rivincita importante sull’America Latina, visto che l’ultimo Mondiale vinto da una Nazionale latino-americana risale al 2002, quando in Corea vinse il Brasile di Ronaldinho e Rivaldo.
Ma, è ovvio che le analisi si possono fare solo alla conclusione del torneo, visto che sia il Brasile, che l’Uruguay hanno dimostrato di possedere i numeri tecnici per sconfiggere le sei squadre del vecchio continente.
Allora, ci si può domandare cosa sia successo per un primato così importante dell’Europa, visto che, in ordine, dal 2006 in poi hanno vinto l’Italia, la Spagna e la Germania.
È pleonastico sottolineare che i tornei più importanti si svolgono in Europa, per cui i calciatori europei non possono che imparare dai loro colleghi brasiliani o argentini o uruguagi, a dimostrazione del fatto che il livello tecnico è sempre conseguenza, anche, di quello economico.
E, poi, cosa molto importante, diverse Nazionali hanno tratto un importante beneficio dall’acquisizione della cittadinanza ad opera di calciatori provenienti dalle parti più disparate del mondo.
Non è un mistero che la Germania del 2014 ha vinto, anche, grazie al contributo dei calciatori di origine turca, che sono divenuti Tedeschi per effetto delle leggi di quel Paese in materia di diritto alla cittadinanza, così come è altrettanto evidente che moltissime Nazionali, come Francia o Belgio o Inghilterra o Olanda o Portogallo, pescano dal vivaio costituito dalle loro ex-colonie, per cui in quelle squadre brillano calciatori che sono francesi o belgi o inglesi o olandesi o portoghesi di seconda generazione, visto che la cittadinanza fu acquisita, in prima battuta, dal genitore trasferitosi dall’Africa o dall’Asia in Europa.
Un simile dato, forse, vuole essere un messaggio subliminale al Ministro Salvini perché riveda le sue posizioni in materia di flussi migratori?
Certo è che, oggi, ad onta di qualche intemperanza caratteriale, il migliore calciatore italiano rimane – nonostante tutto – Balotelli, a dimostrazione del fatto che un necessario ricambio generazionale dei nostri vivai non può non partire dall’integrazione di quanti, alla prima o alla seconda generazione, provengono comunque da parti del mondo ben lontane dai nostri lidi.
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