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La morte del calcio

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lunedì, 31 ottobre 2016 20:53

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Rosario Pesce
Quello italiano è, per davvero, un calcio minore.
Infatti, rispetto ad alcuni anni or sono, il livello tecnico del nostro campionato di massima Serie è nettamente inferiore: campioni del livello di Maradona e Platini non esistono più, né fra i nostri connazionali, né fra gli stranieri, che vengono acquistati ad ogni tornata di calciomercato.
Nei giorni scorsi, il Presidente della Juventus, la società più forte del nostro calcio, sia da un punto tecnico, che economico, ha affermato, dopo l’approvazione del bilancio, che il suo sodalizio è il decimo in Europa per introiti, ben lontano quindi dai club che hanno maggiore appeal da un punto di vista finanziario.
Peraltro, nonostante la Juve sia una società all’avanguardia, con uno stadio anche di proprietà, il discendente della famiglia Agnelli ha sostenuto la tesi per la quale, nei prossimi anni, il divario esistente con le squadre maggiori del campionato spagnolo, inglese e tedesco andrà ad allargarsi, per cui è molto probabile che, nella graduatoria delle prime dieci società del nostro continente, possa non esserci - a breve - nessun sodalizio italiano, con un conseguente grave nocumento, sia da un punto di vista tecnico, che di immagine per un movimento calcistico, come il nostro, che era - invero - il più importante in tutto lo scenario continentale fino a venti anni fa.
Neanche l’arrivo dei capitali stranieri, americani e cinesi su tutti, è riuscito finora a smuovere le acque, per cui le società - come Roma, Inter e Milan - che sono finite nelle mani di capitalisti d’oltreoceano o con gli occhi a mandorla, non hanno al momento realizzato significativi miglioramenti né da un punto di vista strettamente agonistico, né finanziario, visto che queste società hanno dovuto affrontare, in primis, rilevanti piani di risanamento per far fronte alle situazioni ereditate dalle precedenti proprietà.
Si sa bene che, nonostante tutte queste difficoltà, il calcio rimane comunque la prima azienda italiana, per cui la decrescita dell’intero movimento calcistico rappresenta un gravissimo vulnus non solo per le società, ma anche per l’economia più in generale, che in gran parte subisce conseguenze negative, dal momento che è amplissimo l’indotto, che si alimenta intorno al fenomeno calcistico.
Cosa fare, allora, per dare ossigeno ad un movimento sportivo, che rischia progressivamente di divenire marginale in Europa?
È ovvio che vadano ripensati i campionati, per cui è inaccettabile che esista un torneo nazionale con venti squadre, molte delle quali inadeguate ad una platea così importante, come la Serie A, mentre le principali società del nostro calcio non possono competere, in un torneo europeo, con le loro omologhe spagnole o inglesi o tedesche, alimentando così un circuito di proventi, che darebbe nuova linfa vitale a tutto lo sport del Paese.
È evidente, inoltre, che gli stadi nuovi vadano costruiti e vadano realizzati a breve, compatibilmente con i tempi della nostra burocrazia, visto che solo un investimento simile può garantire, peraltro in un lasso temporale medio-lungo, dei profitti stabili e certi, che da soli sono in grado di tenere in vita un circuito economico-produttivo, che altrimenti è destinato ad illanguidirsi, fino a morire.
Frattanto, continueremo a tifare per la squadra del cuore, ma in verità, se non si creano le condizioni suddette, saremo sempre più la periferia dell’Europa, anche, in un settore nel quale abbiamo sempre dominato, sin dal Secondo Dopoguerra.
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