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La decadenza di Roma

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mercoledì, 29 luglio 2015 21:07

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Rosario Pesce
Ormai, è evidente che la città, capitale d’Italia, stia subendo un’aggressione continua da parte dei media, volta a modificare gli equilibri politici, che si sono creati con l’elezione di Marino.
Purtroppo, lo stato di degrado, che viene denunciato dagli organi di stampa, è effettivo e, certamente, non è addebitabile in alcun modo al Sindaco, che, dopo la sua elezione, ha trovato un Comune soffocato dai debiti ed occupato, manu militari, dalla grande criminalità organizzata, che si è impadronita, nel corso degli ultimi decenni, di tutti gli spazi della vita civile.
Non ci interessa in questa sede individuare i responsabili, anche perché, quando si viene a realizzare un degrado così ampio e diffuso, le responsabilità non possono mai essere solo di pochi, ma di intere classi dirigenti, che hanno consentito - per complicità o per manifesta incompetenza - ai clan di entrare nelle istituzioni della capitale italiana, di fatto in una posizione egemonica, che poi ha obbligato il ceto politico a dover far i conti con siffatti poteri, che agiscono ben oltre il rispetto, formale e sostanziale, della Legge.
Come si può, quindi, ridare alla città eterna il suo prestigio, perso in modo così inverecondo?
Nuove elezioni, per quanto molto probabili, non sarebbero la soluzione ai mali presenti, per quanto potrebbero essere utili a ridefinire un patto fra i cittadini ed il vertice amministrativo, che andrebbe ad insediarsi dopo il voto.
Ma, siamo certi che un’operazione politica, aperta comunque al rischio di trasformismo, sia quella necessaria per un Comune, prossimo al dissesto finanziario e, soprattutto, bisognoso di fare una grande pulizia al suo interno, anche grazie all’aiuto – tempestivo, virtuoso e determinante – derivante dall’intervento degli organismi giudiziari di Polizia e Magistratura?
Il degrado di Roma è, mutandis mutatis, quello del Paese intero, perché, all’indomani di Tangentopoli, ci siamo illusi che la corruzione fosse stata eliminata in virtù delle indagini del Pool di Milano, salvo poi scoprire che, nel ventennio successivo, i fenomeni di corruttela non solo non sono stati cancellati, ma addirittura si sono moltiplicati, anche perché la riforma della Pubblica Amministrazione e quella del Titolo V della Costituzione hanno consentito di far saltare alcune forme di controllo, che svolgevano una preziosa funzione preventiva nel sistema precedente.
Gli Italiani, molto spesso, presentano un vizio, che è difficilmente eradicabile dalla loro psicologia collettiva: pensano, infatti, che in momenti di straordinaria difficoltà sia sufficiente affidarsi all’Uomo della Provvidenza per risolvere criticità, che invece richiederebbero un impegno collettivo, che - in particolare – andrebbe profuso, in modo unanime, da tutti coloro che vantano una responsabilità ed una funzione sociale, pur minime.
Purtroppo, in virtù di siffatta mentalità, lo stato delle cose è andato sempre peggiorando, perché ovviamente nessuna personalità, per quanto animata da straordinaria intelligenza e da buone intenzioni, è in grado, da sola, di rivolgere come un calzino una situazione incancrenita.
In tale contesto, il trasformismo diviene, poi, l’epifenomeno più drammatico della vita pubblica italiana: interi gruppi di potere, più o meno leciti, sono pronti a passare da un fronte partitico all’altro, pur di continuare a perseguire i propri interessi, che si collocano sovente ai margini della legalità, per cui la loro stessa esistenza rappresenta una minaccia per il rispetto della Legge e per i buoni esiti del processo democratico.
Come si intuisce, quindi l’Italia paga, tuttora, i limiti di un processo di unificazione arrivato alla conclusione molto tardi rispetto alla media degli altri Paesi d’Europa e la mancanza atavica di una Pubblica Amministrazione, che sia effettivamente indipendente dal potere politico, visto che, per quanto il legislatore si sia sforzato di distinguere le funzioni di indirizzo e controllo da quella di gestione, purtroppo secoli di feudalesimo hanno lasciato tracce profonde nella mentalità degli Italiani, per cui oggi il funzionario di turno continua ad agire come faceva il vassallo rispetto al signore feudale di un tempo, naturalmente incarnato dal politico investito di un mandato - peraltro - diretto da parte dei cittadini.
È, quindi, giusto che finanche il Presidente del Consiglio smetta di scaricare su altri le responsabilità evidenti del fallimento capitolino, perché ne va della credibilità dell’intera classe dirigente nazionale, locale e centrale.
D’altronde, un suo atteggiamento improntato alla fuga di fronte ai disastri romani non farebbe altro che rinfocolare l’antipolitica, la quale è la migliore premessa per una svolta autoritaria nel Paese, che nessuno di noi invero auspica.
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