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Il bivio per il PD

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domenica, 29 aprile 2018 13:25

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Rosario Pesce
È chiaro che il PD sia ad un bivio: scegliere di fare o meno il Governo con il M5S non solo condizionerà la storia della legislatura, iniziata con il voto del 4 marzo, ma soprattutto sarà un elemento dirimente per l’esistenza stessa del PD, dal momento che, in un senso o nell’altro, è evidente che il PD dovrà, comunque, rinunciare ad una fetta del suo elettorato, che è diviso fra coloro che sono a favore e coloro che sono contrari all’accordo.
In tali casi, non si può che fare una valutazione serena dei fatti.
Nonostante la sconfitta del 4 marzo e la perdita di alcuni milioni di voti, il PD è il secondo partito italiano, per cui ipotizzare che una formazione di quelle dimensioni possa, in modo pregiudiziale, rispondere in senso negativo all’invito del Capo dello Stato appare, per davvero, una cosa inverosimile.
Peraltro, è ovvio che in una democrazia parlamentare, qual è la nostra, gli avversari di ieri possono divenire gli alleati di oggi, per cui non ci sorprende come la politica possa mettere da parte gli asti di un tempo, finanche, recente.
Ma, il dato più significativo è un altro.
Viviamo in un tempo post-ideologico, per cui gli accordi si fanno su cose concrete, a partire dal programma. Può un partito, come il PD, dire NO in modo pregiudiziale al reddito di cittadinanza?
Può dire NO ad un mutamento delle politiche monetarie in seno all’Unione Europea?
È ovvio che una parte del programma dei Cinque Stelle è perfettamente compatibile con un moderno Centro-Sinistra, anche se poi le vie della realizzazione di un siffatto quadro programmatico sono, tutte, da costruire nell’esperienza di Governo, che non potrà non premiare la maggiore esperienza dei parlamentari del PD rispetto a quella dei deputati del Movimento Cinque Stelle, moltissimi dei quali sono ancora in fase di rodaggio nei banchi di Montecitorio e di Palazzo Madama.
È ridondante sottolineare come l’eventuale approdo del PD in una maggioranza parlamentare con il Movimento non potrà non contribuire a ridisegnare gli equilibri interni, visto che Renzi ed i suoi uomini non potranno mai essere favorevoli ad un’alleanza che li mette, definitivamente, fuori gioco.
E siamo così “in medias res”: il PD avrà il coraggio e la forza per chiudere un capitolo della propria storia, che con maggiore coraggio andava chiuso dopo il referendum perso del 4 dicembre 2016?
È evidente che il rischio di una scissione c’è e sarebbe deleterio per il PD, visto che si può ipotizzare che molti parlamentari rispondano, in termini politici, ancora a Renzi, che li ha candidati, per lo più, in collegi blindati.
Si sa bene che, affinché il Governo nasca, è necessario che il PD porti in dote l’intero gruppo parlamentare, sia alla Camera che al Senato, perché altrimenti i numeri per fare maggioranza non ci sono, per cui lo sforzo vero di Martina deve essere quello orientato a mantenere unito il partito in vista del matrimonio con i Cinque Stelle.
Come si può fare?
Forse, con qualche poltrona in più per i renziani?
È noto a tutti che Moro, quando costruì il Compromesso Storico, per rendere possibile la nascita del Governo, decise di dare la Presidenza ad Andreotti, che era espressione di quella parte del partito che meno gradiva il dialogo e, peggio ancora, l’accordo organico con i Comunisti.
In tal caso, la Presidenza del Consiglio non può non essere dei Cinque Stelle, ma è ovvio che l’assegnazione dei Ministeri può essere un elemento acceleratore o frenante per il PD in vista della nascita eventuale di un Governo PD-5 Stelle.
Ma, cosa chiede la base del PD?
Le condizioni della governabilità non si costruiscono in modo agevole in un momento storico nel quale devono dialogare fra loro una forza populista ed una che, invece, incarna la continuità del potere politico ed istituzionale nel nostro Paese sin dalla nascita della Repubblica, passando attraverso la storia della DC, del PCI e del PSI dapprima, e poi attraverso quella dell’Ulivo, dell’Unione e dello stesso PD per arrivare alla cronaca di questi giorni.
In politica, certo, si è costretti sovente a fare ciò che non piace, ma che è doveroso e necessario, oltreché opportuno per ragioni di legittima partigianeria.
In tal senso, l’accordo non può non essere fatto, ovviamente in una condizione di pari dignità fra il primo ed il secondo partito italiano odierno.
L’alternativa?
Le elezioni anticipate ovvero un accordo fra tutto il Centro-Destra ed il PD, che porterebbe il populismo ad essere non la prima opzione politica del Paese, ma l’unica, visto che fare un Governo Berlusconi-Renzi-Salvini sarebbe non solo il momento di non ritorno della politica italiana, ma costituirebbe una grave premessa in una contingenza nella quale chi, come il M5S, ha il consenso degli Italiani può e deve stare al Governo, assumendosene la responsabilità diretta, e non può - invece - costruirsi condizioni di ulteriore privilegio, standosene comodamente all’opposizione.
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