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Le leadership politiche

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martedì, 13 febbraio 2018 16:05

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Gruppi parlamentari al Senato della Repubblica nella XVII legislatura:
Rosario Pesce
Da un po’ di tempo, la politica fa sempre più uso di maschere.
Intendiamoci bene sul significato di una simile affermazione: non sempre la leadership e la candidatura al Premierato coincidono, pur essendo divenuto il nostro un sistema che, ormai, tende a riprodurre forme di democrazia diretta.
Vediamo, in particolare, la condizione del voto in prospettiva del prossimo 4 marzo.
Il leader del PD è, tuttora, Renzi: il candidato, però, al Premierato appare Gentiloni.
Il Movimento 5 Stelle candida Di Maio, ma a tutti è noto il grande condizionamento che, sugli indirizzi di quel partito, esercitano l’erede di Casaleggio e Grillo.
Liberi ed Uguali candida Grasso al Governo, ma si sa bene che il vero leader è D’Alema.
Forza Italia e, quindi, il Centro-Destra non hanno, almeno al momento, un vero candidato al Premierato, visto che Berlusconi è, ancora, interdetto dai pubblici uffici, ma è noto che il leader di Arcore è, tuttora, il primo ispiratore delle politiche di quello che fu il Polo del Buon Governo.
Come si intuisce, quindi il leader non sempre è la personalità che è, maggiormente, sovraesposta.
È, questo, ovviamente un male per la democrazia diretta e per coloro che pensano che, nel nostro Paese, essa sia edificabile.
Negli Stati Uniti d’America una simile condizione sarebbe impensabile: il leader di un movimento, o comunque quello che maggiormente lo può condizionare, deve necessariamente essere il candidato alla carica per cui si va al voto, così come nel Regno Unito, che pure è una democrazia parlamentare, il Capo dei Laburisti e quello dei Conservatori sono i prescelti per il Governo e sarebbe impensabile ipotizzare che il Premier non coincida con il vertice del suo stesso partito.
Ma, si sa bene che la nostra è una democrazia rimasta, ancora, in una condizione di non-definizione, visto che, mentre sulla carta essa è di tipo parlamentare, di fatto si è tentato nel corso dell’ultimo ventennio di trasformarla in una forma di governo di tipo presidenzialistico, che ineluttabilmente si costruisce sull’autorevolezza e sul carisma del Capo.
È chiaro che, se il Capo deve essere tale, esso non può esserlo per interposta persona, per cui inevitabilmente una democrazia, che si costruisca sulla delega della leadership, non può che essere ancora di tipo parlamentare ed un simile dato, per un profilo, non può che esserci di conforto.
Ma, per quanto tempo, ancora, nel nostro Paese si delegherà la leadership e non si invocherà, invece, un Capo, il cui potere sia costruito alla maniera tradizionale dei leader d’Occidente?
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