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Ed è solo una partita di calcio…

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domenica, 28 gennaio 2018 13:27

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Rosario Pesce
Nonostante l’introduzione del Var e, quindi, l’uso di tecnologie nel mondo del calcio, che dovrebbero aiutare gli arbitri a sbagliare il meno possibile, almeno in occasione di episodi decisivi per gli esiti di una partita, le polemiche non mancano.
Infatti, in alcuni casi o gli arbitri hanno ritenuto di non tener conto della tecnologia, decidendo in piena autonomia, ovvero, nonostante il ricorso alla tecnologia, le decisioni assunte si sono mostrate poi fallaci, tenendo conto di successive immagini di moviola.
È evidente che, nonostante tutto, l’introduzione della tecnologia e di un occhio elettronico, in particolare, ha obiettivamente ridotto in modo drastico la possibilità di errori, per cui - oggi - gli esiti delle partite possono essere meno opinabili di quanto lo fossero un tempo.
Ma, è altrettanto evidente che la discrezione arbitrale può indurre decisioni, ancora, oggetto di dibattito da parte dei tifosi e degli addetti ai lavori.
È naturale che il Var costituisce un fatto essenziale del calcio odierno e che non si deve, ovviamente, tornare al recente passato, quando la concessione di un rigore o di un goal dubbio costituiva materia di confronto per una settimana intera.
Ma, non dobbiamo dimenticare che, alla fine, trattasi solo di partite di calcio e non certo di guerre fra Guelfi e Ghibellini, per cui ogni voce andrebbe ricondotta al suo giusto peso.
È vero che il calcio è il fatto sociale per definizione del nostro Paese ed è altrettanto vero che gli interessi economici, che ruotano intorno alla Serie A, sono notevolissimi, ma invero non si può continuare a discutere di calcio come se la tecnologia non ci fosse in campo.
Il calcio è un po’ la religione degli Italiani, quella che si pratica non solo con il rito della domenica pomeriggio, ma è oggetto di adorazione settimanale; è, pertanto, ovvio che le aspettative non sempre sono all’altezza della preparazione dei nostri operatori calcistici, ma bisogna imparare a farsene una ragione, prima o poi.
Peraltro, ben più grave è un altro fatto: nonostante l’introduzione di nuovi capitali stranieri nell’azienda calcio, il livello del nostro campionato cresce ancora in modo molto lento, per cui è, al momento, impensabile che Messi o Ronaldo possano mai indossare la maglia di un club italiano.
Questa, forse, è la vera difficoltà odierna: il movimento calcistico cresce, per fatturato, in modo non competitivo rispetto a quello spagnolo o a quello inglese, per cui non vorremmo che le polemiche residuali intorno ai fatti della domenica servano a nascondere il vero vulnus dello sport del nostro Paese, la mancanza o, comunque, l’insufficienza di risorse per competere alla pari con i nostri storici antagonisti, sia sul campo che nelle stanze della politica calcistica.
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