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sabato, 14 ottobre 2017 10:06

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Rosario Pesce
Compie dieci anni il PD, il partito principale del sistema politico italiano e non solo per un fatto numerico.
Esso, infatti, rappresenta l’unica forza organizzata del nostro Paese, visto che le altre formazioni, da Forza Italia al Movimento Cinque Stelle, evidentemente vivono molto la condizione di partiti padronali.
Dall’atto di nascita in poi si sono succeduti quattro segretari: Veltroni, Franceschini, Bersani e Renzi, secondo uno schema di rigorosa alternanza fra esponenti provenienti dalla tradizione comunista e quelli di matrice democristiana.
La convivenza fra queste due aree è stata la croce e la delizia del Partito Democratico, che non sempre, in modo virtuoso, è riuscito, appunto, a creare le premesse perché i figli della storia comunista e di quella cattolica e democratica riuscissero a stare, in maniera costruttiva, sotto il medesimo tetto.
Oggi, in particolare pare essersi interrotto il fil rouge, che per un decennio ha tenuto insieme personalità così diverse fra di loro, tant’è che il PD è affollato di esponenti ex-democristiani, mentre moltissimi degli ex-comunisti sono andati via al seguito di Bersani e di D’Alema, nel tentativo di costruire una nuova soggettività politica, che appare ancora una nebulosa.
Il cemento, che ha tenuto insieme per dieci anni storie individuali e collettive così distinte fra di loro, è stato rappresentato da un’idea progressista della società, che oggi – invero – sembra essersi offuscata, se, come è evidente, molti ambienti che dovrebbero idealmente riconoscersi nel PD preferiscono, piuttosto, votare per altre forze ed, in particolare, ritengono che il PD abbia tradito la sua funzione originaria, cioè essere un partito della Sinistra riformatrice, che si ispira ai valori della tradizione socialista-democratica e cattolico-progressista.
Ma, perché questo tradimento o, meglio, siffatta percezione di un’abiura, che ha determinato un’emorragia di consensi molto ampia e, temiamo, non ancora stoppata a pieno?
È evidente che i progetti e le iniziative si reggono sugli uomini: chi, nella prima stagione del PD ha tenuto insieme ex-comunisti ed ex-democristiani, è stato Prodi, che ha inaugurato dapprima la stagione dell’Ulivo ed, in un secondo momento, quella appunto del Partito Democratico.
La sconfitta di Prodi, in occasione delle elezioni presidenziali alla fine del primo mandato di Giorgio Napolitano, ha rappresentato un punto di non ritorno per la politica italiana, visto che i franchi tiratori venivano dallo stesso PD.
In quel momento storico, qualcosa di importante si è rotto nel patto federativo, che ha tenuto insieme le storie di milioni di uomini, ed ha creato poi le premesse della condizione odierna, che vede un partito fermo sulle posizioni del renzismo più accentuato, nonostante sia lapalissiano che il buon Renzi non ha più, nella società italiana, la forza attrattiva, finanche, semplicemente di due anni fa.
La riduzione del PD alla condizione di partito renziano ha, obiettivamente, indebolito un partito che ha perso, ormai da tempo, la felice connessione con la società italiana, ma il vero dramma è un altro: non si intravede, all’orizzonte, chi possa disegnare uno scenario rinnovato per la Sinistra italiana di segno riformista, visto che il tentativo di Bersani e D’Alema di costruzione di un soggetto nuovo appare più l’estremo sforzo di un ceto politico che non vuole scomparire del tutto, piuttosto che un’opportunità autentica di palingenesi del riformismo di matrice socialista e democratica.
È, poi, evidente che l’esplosione in tutta Europa dei populismi e l’implosione della forma-partito tradizione contribuisce viepiù a far apparire desueto uno strumento di crescita di una nuova classe dirigente, quale pure è stato il PD agli inizi della sua decennale esistenza.
Peraltro, appare lapalissiano sottolineare come l’errore di strategia del buon Renzi di condurre il suo partito in una guerra di religione per riformare la Costituzione italiana, nel corso dell’autunno del 2016, ha aggravato ancora di più le sofferenze della sua formazione, indebolendo in modo definitivo chi, oggi, si ripropone per Palazzo Chigi, vista l’assenza di una leadership autorevole ed alternativa alla propria.
Certo è che le elezioni politiche del 2018 segneranno, in un modo o nell’altro, il destino di un partito che ha due alternative dinnanzi a sé: il successo o l’implosione.
Infatti, venuto meno il collante del riformismo prodiano, il PD sembra essersi trasformato nella sua negazione, cioè in un mero cartello elettorale che tiene insieme, al suo interno, soggetti diversi solo per mera ambizione di potere, così come divennero la DC ed il PSI negli ultimi mesi prima dello scoppio di Tangentopoli e della loro definitiva scomparsa dal quadro istituzionale della Prima Repubblica.
Se così fosse, l’Italia, a breve, potrebbe ricadere nelle mani di Berlusconi o, peggio, avviarsi lungo il sentiero di un’esperienza del tutto nuova ed inquietante, quale quella che potrebbe essere segnata in caso di vittoria del populismo grillino.
Ed, allora, non possiamo non auspicare un atto di coerenza e di intelligenza: una revisione seria di ciò che è stato fatto nell’ultimo biennio ed un cambio di leadership, prima del voto della prossima primavera, che forse garantirebbe al PD, almeno, la sopravvivenza, visto che un’eventuale sconfitta di Renzi, altrettanto sonora come quella referendaria, metterebbe definitivamente il Partito Democratico in una condizione irreversibile di disagio e di difficoltà, mettendo in pericolo la sua stessa sopravvivenza.
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