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Le minoranze divise

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venerdì, 23 gennaio 2015 17:58

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Rosario Pesce
È evidente che le minoranze, nell’attuale Parlamento, siano divise e che, dunque, permanendo una simile situazione, il loro potere contrattuale non potrà che essere basso, all’atto dell’elezione del prossimo Presidente della Repubblica, a meno che non mutino - radicalmente - atteggiamento.
Innanzitutto, c’è il M5S, che, questa volta, però intende giocare la partita del Quirinale in modo dissimile rispetto al 2013: allora, infatti, i Grillini scelsero un loro candidato di bandiera, Rodotà, e decisero di non scendere a compromesso con il PD, nonostante, in quel momento, la vicenda quirinalizia si intrecciasse con quella, fondamentale, di Palazzo Chigi.
Questa volta, invece, molto più prudentemente, hanno evitato di lanciare un nome, che poi risultava difficile eleggere, per cui – saggiamente – sono in attesa di conoscere la personalità, che sarà proposta da Renzi, per fare – probabilmente – gioco di sponda con le altre minoranze, di Centro come di Sinistra.
Se così fosse, i due anni trascorsi in Parlamento non sono passati invano, perché si arguisce che, dai loro errori, hanno finalmente capito che, nelle aule di Montecitorio e di Palazzo Madama, bisogna creare una rete di alleanze e di rapporti stratificati, se si intende portare a casa il risultato prestigioso dell’elezione di un Capo dello Stato, almeno, non ostile.
Inoltre, importanti saranno le determinazioni assunte dal gruppo di SeL: per quanto sia profondamente alleggerito rispetto al 2013, perché diversi deputati e senatori hanno aderito al PD, il gruppo di Vendola potrà offrire il proprio prezioso contributo per l’elezione di un candidato diverso da quello che sarà individuato dalle forze, che hanno dato vita al Patto del Nazareno.
Ancora, sarà decisivo verificare le posizioni all’interno di Forza Italia: in occasione del voto sull’Italicum, si sono identificati, nella piattaforma programmatica di Fitto, solo una ventina, circa, di Senatori: a dire il vero, una cifra esigua per una minoranza, che aspiri ad essere determinante nella disputa quirinalizia, per cui non rimane che sperare che - in occasione del voto per il Quirinale - ben maggiore sia la truppa di parlamentari azzurri, disposti a votare diversamente dalle indicazioni, che saranno impartite da Berlusconi.
Non irrilevante è la presenza dei Centristi: non è scontato che tutti seguano pedissequamente l’ordine di scuderia di Alfano e Cesa, dato che, fra loro, si possono contare almeno un paio di personalità che, credibilmente, aspirano a divenire Presidenti della Repubblica: Monti e Casini sono i primissimi nomi che ci vengono in mente, a cui potrebbero aggiungersi degli altri, altrettanto autorevoli.
Infine, ci sono i notissimi centoquaranta parlamentari del PD, che hanno partecipato alla riunione indetta da Bersani, all’indomani del voto senatoriale sull’Italicum: essi sono, invero, decisivi perché hanno la forza per coagulare intorno a sé le altre minoranze e, dunque, possono autorevolmente candidare una personalità diversa da quella proposta da Renzi e Berlusconi.
Permane, però, un unico grande punto debole: sono divisi, visto che fra di loro si possono annoverare bersaniani, dalemiani, prodiani, popolari, lettiani, bindiani, veltroniani.
Insomma, sono un crogiuolo di componenti, che dovrebbero – se manifestassero acume – convergere su un unico nominativo, qualora intendano essere decisivi nelle prossime ore, a meno che non vogliano accodarsi ai renziani e - come spesso è successo nel corso di questa legislatura - dar vita ad un’opposizione interna, che si scioglie come la neve fresca al primo tiepido sole.
D’altronde, nel caso dei centoquaranta democratici, è in gioco non solo l’elezione del Capo dello Stato, ma la partita per il Quirinale sarà importante per capire qual è la loro forza e, soprattutto, se hanno effettiva intenzione di danneggiare, seriamente, il progetto politico di Renzi, nell’ottica di impallinare gli accordi che il Segretario Nazionale del PD ha assunto con Berlusconi - purtroppo - a loro insaputa.
Vedremo, nei prossimi giorni, l’evoluzione: certo è che, nelle settimane future, potrebbero venire a comporsi equilibri, che saranno decisivi per il decennio, che ci attende, visto che la rielezione di Napolitano, nel 2013, è servita solo a congelare un grave disagio - politico ed istituzionale - che riemergerà, inevitabilmente, a partire dal 29 gennaio.
Il fatto stesso che molti protagonisti diano per scontato che il Capo dello Stato non verrà eletto prima della quarta votazione, quando basterà il quorum semplice, è denotativo delle enormi difficoltà, che esistono - al momento - in tutti i gruppi parlamentari, attraversati da lacerazioni e divisioni, che - dal 2013 ad oggi - sono state ben oscurate dalle immediate esigenze di governabilità.
Dall’elezione del prossimo Presidente e dal suo grado di popolartà si intuirà il decorso degli eventi nei prossimi anni: qualora i circa mille grandi elettori dovessero scegliere un nome impopolare o, comunque, inviso alla pubblica opinione, la distanza fra il Palazzo ed il Paese reale aumenterebbe, con gravissimi rischi per la tenuta della democrazia in Italia, visto che la concomitante crisi economico-finanziaria non agevola né la partecipazione, né la crescita di una classe dirigente responsabile e non chiusa, meramente, nella difesa egoistica di biechi interessi personali o di casta.
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